Il metodo G8
Per 24 anniversari del G8 di Genova ho tenuto la barra dritta sui contenuti del movimento altermondialista.
Ad ogni invito premettevo che non avrei gradito il dibattito tra combattenti e reduci, che avrei invece spiegato perché le idee di quel movimento globale erano giuste, visionarie, e concrete. E proprio perché giuste, visionarie e concrete facevano paura ai leader politici.
A quel tempo gli “8 grandi”, Putin compreso, teorizzavano la fine della storia, delle ideologie, delle barriere e pensavano di aver trovato il modello giusto - l’iperliberismo - per rimanere in sella.
Oggi, al 25° anniversario di Genova 2001 torno invece sulle violenze degli apparati di sicurezza contro i manifestanti, “una violazione dei diritti umani di dimensioni mai viste nella recente storia europea”, scrisse Amnesty International. E ci torno per due ragioni.
La prima è che quella tendenza - ovvero la disarticolazione violenta delle proteste all’interno di stati democratici - è diventata routine. Non solo: con il rischio delle prossime vittorie elettorali delle destre estreme questa pratica potrebbe allargarsi.
Il secondo motivo è che il sociologo Salvatore “Turi” Palidda ha appena pubblicato un libro intitolato “25 anni dal G8: continuità militaresca della sicurezza e delle polizie dal 1860” - Multimage editore.
Avete presente l’intellettuale accademico? Bene. Salvatore Palidda è l’opposto. I suoi libri sono un mix di indagine scientifica, citazioni di fonti giornalistiche, intuizioni che reggono alla prova dei fatti e del tempo. E se volete capire qualcosa sulle polizie dovete leggerli.
Di Genova 2001, in questo suo ultimo libro, il professor Palidda dice:
“La gestione dell’ordine pubblico al G8, ben oltre che maldestra, obbedì all’ordine di scatenare la violenza poliziesca come dissuasione dei movimenti di protesta”.
Una sintesi perfetta. E che chiarisce un paio di cose: Fini che va ad omaggiare i carabinieri e il Ministro a sua insaputa Scajola erano solo degli zerbini perché le violenze di Genova sono state decise a livello internazionale e gli ordini sono stati passati direttamente ai vertici delle forze di polizia. Dove, non a caso, c’era Gianni De Gennaro. Siamo partiti da qui con Salvatore Palidda.
Siamo partiti dal G8 di Genova e siamo arrivati a Arnaldo La Barbera, uomo di De Gennaro. Sul sito della Polizia ancora adesso lo definiscono “poliziotto di razza”. Contenti loro... La Barbera è una figura perlomeno ambigua, che ha sempre bordeggiato la zona grigia e su cui pesa il sospetto di aver gestito il più perfido dei depistaggi, quello dell’attentato a Borsellino e alla sua scorta. La Barbera è morto e non può più difendersi. Però è innegabile che venne scelto da De Gennaro per gestire l’ordine pubblico a Genova. Con i risultati visti. Nella catena di comando di quei giorni c’erano altri due pezzi da ‘90 della Polizia. Che solo a posteriori diranno che fu un disastro. Sentiamo ancora il sociologo Palidda.
Per seguire il G8 cominciai a recarmi a Genova settimanalmente da gennaio 2001. Scelsi 3 sedi di trasmissione (due ufficiali e una di emergenza) e una ventina di redattori da tutte le radio di Popolare Network, immaginando che la metà di loro rischiava di essere ferita o arrestata. Io e Angelo Miotto tenevamo i contatti con i vertici locali e nazionali della Polizia. Penso quindi di avere titolo per confermare la ricostruzione del sociologo Salvatore Palidda.

Ricostruzione che condivido, compreso il fatto che certi personaggi si muovono tuttora come una falange. Che fine hanno fatto Gava e Troiano, i poliziotti che hanno portato alla Diaz le false molotov e hanno falsificato i verbali? Condannati ma poi promossi vicequestori. Filippo Ferri: condannato in via definitiva e oggi Questore di Como. Infine loro, la strana coppia De Gennaro/Sgalla (il primo è “il Capo”, il secondo, ex sindacalista, è il suo portavoce): presidente e direttore del Centro Studi Americani. Può bastare, direi.
Questo sfoggio di impunità ci riporta al titolo del libro di Palidda: la posa militaresca delle forze di polizia, dall’Unità d’Italia ad oggi, è una linea continua, senza interruzioni. Ed è una questione delicata.
La fedeltà allo Stato di un corpo che ha l’uso legittimo della forza non è negoziabile, è parte integrante del patto istituzionale. Ma qui si parla d’altro: si parla dell’adesione ai principi costituzionali contrapposti alla cieca obbedienza ai governanti di turno. Da una parte c’è una forza che può usare le armi purché all’interno delle regole dello stato di diritto, dall’altra c’è l’abuso di potere in nome di interessi superiori, ma non codificati. Oggi nessuno si sognerebbe di difendere le cannonate di Bava Beccaris sulla folla milanese che reclamava pane & giustizia (maggio 1898), o le fucilate contro i manifestanti di Reggio Emilia (7 luglio 1960). Ma non siamo neppure alla piena adesione dei principi costituzionali. Perché? Perché i processi di democratizzazione delle forze di polizia - la riforma del 1981 deriva dai movimenti degli anni ‘70 - sono stati totalmente azzerati. La riforma è stata svuotata: è bastato favorire i sindacati corporativi invece di quelli unitari; si è data precedenza alle assunzioni di ex militari e si è pervicacemente costruita la fake-news dell’emergenza sicurezza.
Guardate questa tabella nel libro di Salvatore Palidda: l’Italia, con i suoi quasi 360 mila operatori di polizia ha un doppio record, il maggior numero, e il più alto rapporto agenti/abitanti.
Non c’è qui lo spazio per dilungarsi su come vengono raccolti i dati sui reati, ma, fa notare Palidda che
“l’andamento generale dei reati denunciati alle polizie negli ultimi 35 anni mostra una diminuzione sia dei tassi di criminalità che della gravità degli atti criminali: riduzione di omicidi, delle rapine a mano armata, delle aggressioni violente…”
mentre - annota ancora il sociologo -
“le statistiche generali sulla criminalità mostrano una lacuna lampante: il numero molto basso o inesistente di denunce relative alle “insicurezze ignorate” – decessi sul lavoro, contaminazione tossica, reati ecologici, malattie professionali e vittime di sfruttamento violento, in particolare donne e immigrati, nonché lavoratori italiani, nell’ambito dell’economia sommersa”.
Ricapitolando: l’Italia ha il record di agenti per abitanti, il trend dei reati “pesanti” è in calo, c’è molta meno attenzione sui reati contro i soggetti fragili, e si continua a gridare all’emergenza sicurezza. Strano? No, dice Palidda, non c’è niente di strano: è una strategia.
Se l’analisi che vi abbiamo presentato vi ha convinto o, al contrario, vi pare azzardata, c’è una buona occasione per continuare a discuterne: giovedì 9 luglio, alle 18.30, alla Libreria Le Mots di Milano il sociologo Salvatore “Turi” Palidda presenterà proprio il libro da cui siamo partiti in questa newsletter. Ci vediamo lì.
il reportage
Che il “metodo G8” sia diventato un modello da esportazione, soprattutto nelle nazioni democratiche, non lo scrive solo Palidda: è anche l’analisi di Annalisa Camilli, giornalista di Internazionale. che ha da poco pubblicato “Divieto di protestare” - Einaudi. Lo presenteremo alla prossima Festa di Articolo21 a Castiglioncello. Qui vedete l’autrice spiegare cosa sta succedendo in Italia ad arte.tv
Rights Now: la trasmissione
Questa è, per ora, l’ultima puntata di Rights Now su Radio Popolare. Con il costituzionalista Roberto Zaccaria abbiamo parlato della pericolosa riforma elettorale; con Michele Galuano, di Enpa, abbiamo parlato dell’orribile legge-sparatutto; Giorgia Serughetti ci ha letto una pagina del libro “Giù le mani dal femminismo” (Rizzoli) scritto insieme a Rosi Braidotti e Jennifer Guerra.







C'è una riflessione che mi accompagna ogni volta che si parla del G8 di Genova. Una democrazia non si misura solo dalla capacità di garantire l'ordine pubblico, ma anche dalla capacità di fare i conti con i propri errori. Se una ferita resta aperta per venticinque anni significa che non è mai stata davvero elaborata, e questo finisce inevitabilmente per incrinare il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni. Per questo vicende come Genova non riguardano solo il passato: riguardano la qualità della nostra democrazia oggi.