Lavoretti
Ciao, prima dell’argomento scelto per questa settimana ti propongo l’ultima puntata della trasmissione Rights Now, in onda ogni lunedì alle 8 su Radio Popolare. Abbiamo salutato con gioia la liberazione di Thiago de Avila e Saif Abu Keshek, sequestrati a bordo della Global Sumud Flotilla, ma abbiamo anche ricordato che occorre chiedere la liberazione di tutti gli altri prigionieri palestinesi in detenzione amministrativa. Con Federico Mastrogiovanni abbiamo ragionato sulla narrazione semplicistica che spesso si fa dei cartelli della droga messicani. E Annalisa Camilli ci ha letto una pagina del suo nuovo libro - “Divieto di protestare”, pubblicato da Einaudi - che fa emergere il filo rosso che collega Genova 2001 agli ultimi decreti sicurezza.
Lavoretti
L’archeologia industriale ha un fascino particolare. Ora quegli enormi sarcofaghi di cemento e vetro sono deserti, ma con un po’ di fantasia puoi sentire ancora il trambusto di centinaia di lavoratori e lavoratrici che assemblavano macchine complesse, sfornavano vergelle d’acciaio, tessevano coperte per poi sciamare al suono della sirena verso casa. Immagini che i più giovani possono solo aver visto nei film - per esempio We want sex - o in foto seppiate. Per chi come me ha qualche anno in più sono invece rumori e immagini vivide.
Nell’ultimo fine settimana ero al Premio letterario della Resistenza di Omegna. Sapevo poco o niente di quella città - sapevo a malapena che ci era nato Gianni Rodari - ed è stato estremamente interessante scoprire che proprio lì, in quel fazzoletto di terra tra Piemonte, Lombardia e Svizzera si erano concentrati negli anni del boom economico le più iconiche industrie di casalinghi. Iconiche non è usato a caso: stiamo parlando di Bialetti, Girmi, Lagostina, Alessi. Se allarghiamo un po’ lo sguardo aggiungiamo De Angeli-Frua per i tessuti, Cobianchi per le acciaierie. Tutto questo significa un distillato di creatività, studio, saperi, invenzioni, soldi, lungimiranza...
E che c’entra con i diritti?
Dalla rivoluzione industriale in avanti dove c’erano fabbriche c’era lotta. Una contesa fra limitazione dei diritti a favore del profitto e il suo opposto, l’allargamento dei diritti per distribuire equamente la ricchezza. Quei sarcofaghi di cemento e vetro sono stati il palcoscenico di questa perenne e mai risolta tensione.
I lasciti sono evidenti: quando è stato possibile a Omegna i vecchi capannoni sono diventati musei, i villaggi operai e le villette dei dirigenti sono diventati pinacoteche o appartamenti ancora abitati.
Il tempo di tornare a casa e scoprire che Electrolux ha annunciato un piano per 1700 esuberi, termine un po’ paraculo per dire licenziamenti. Colpite tutte le fabbriche dell’azienda svedese: Solaro (Mi), Cerreto D’Esi (An), Porcia (Pn), Susegana (Tv). Che cosa succederà? Sono ristrutturazioni - “ottimizzazioni”, hanno avuto il coraggio di scrivere i comunicatori di Electrolux - necessarie per salvare l’azienda o tagli per non impoverire i dividendi dei proprietari?
Complice il riarmo imposto da Trump & Co. comincia a farsi strada l’idea che alcune aziende potrebbero essere convertite a produzioni belliche.
Non sono un ingegnere, non so quanto sia facile trasformare la catena di montaggio per produrre carri armati invece che Panda… però qualcuno spinge per provarci: ad esempio il Governo Meloni. C’è un emendamento alla Finanziaria che incentiva «progetti infrastrutturali, finalizzati alla realizzazione, all’ampliamento, alla conversione, alla gestione e allo sviluppo delle capacità industriali della difesa». I sindacati di base in particolare denunciano che potrebbero essere interessati alcuni stabilimenti Stellantis. Ma dopo la domanda etica - è giusto produrre armi? - c’è anche la domanda più pratica: l’industria bellica fa girare l’economia e salva l’occupazione? L’abbiamo chiesto a Francesco Vignarca, dell’Osservatorio Milex. Consideratelo un invito ad ascoltare il resto dell’intervista lunedì mattina alle 8 su Radio Popolare in Rights Now.
diritti per tutti/e
Abbiamo alcuni appuntamenti da segnalarvi. In ordine cronologico il primo è per domani, sabato 16 maggio.
Come Fondazione Diritti Umani abbiamo accolto l’appello degli organizzatori per l’emergenza Senegal, dove si sta vivendo una violenta svolta repressiva omofobica, con centinaia di arresti e un clima di intimidazione. Il suggello è stato il voto di una legge passata all’unanimità (tre astensioni) che rende ancora più severe le punizioni per gay e lesbiche. Con questa iniziativa vogliamo anche noi attirare l’attenzione su questa orribile discriminazione e chiedere iniziative di solidarietà per alleviare le sofferenze della popolazione LGBTQ+.
La seconda segnalazione riguarda la rassegna cinematografica dei nostri partner di Fondazione Gariwo. Quattro film che hanno al centro metaforicamente o concretamente il muro, la barriera che divide, che ostacola il dialogo. Non a caso i film proposti riguardano il Muro di Berlino, il Muro che divide Israele e Cisgiordania, muri più effimeri ma non meno laceranti come quelli della Bosnia e del Sudan.
Che cosa vuol dire lavorare nell’informazione nel 2026? Come si può garantire l’articolo 21 della Costituzione, quello che rivendica il diritto di informare ed essere informati? Gli attacchi non vengono solo dalla criminalità organizzata ma anche dalle istituzioni con il vizio di querelare per intimidire; non viene solo dall’AI usata a capocchia; viene anche dalla precarietà. Per questi motivi abbiamo accolto l’invito della Rete Giornalisti/e per la Costituzione ad organizzare un incontro pubblico. Siete i/le benvenuti/e.








