La giungla
Regali: un podcast sull’inquinamento da PFAS
Ciao, ho pensato di farvi dei regali in questo periodo. La trasmissione Rights Now è chiusa per ferie, ma nel mio lavoro quotidiano mi capita di incrociare podcast molto belli che investono il macrotema diritti umani.
Uno di questi podcast è Eterni - Il caso PFAS in Veneto. È un lavoro realizzato da Margherita Dalla Vecchia per la web radio dell'Università di Verona Fuori Aula Network.
Ho avuto il grande piacere di premiarla al Festival delle Radio Universitarie di Napoli, a nome dell’Ordine dei Giornalisti. Ci è piaciuta molto la capacità di Margherita di intrecciare la serietà giornalistica dei dati con la freschezza del racconto coinvolgente. Ecco la prima puntata.
P.S. Grazie anche a Tiziana Cavallo, che era la responsabile della web radio Fuori Aula Network dell’Università di Verona e il professor Ivan Russo che ci ha dato l’autorizzazione a pubblicarlo su questa newsletter e a Lavinia Frattini che è la seconda voce del podcast.
La giungla
Milano. L’aria è ferma anche se è l’alba e dovrebbe fare più fresco. I semafori lampeggiano costringendoti a rallentare ad ogni incrocio. Perfino la brezza è calda.
Mi sono fatto incastrare nell’ennesima rassegna stampa di Radio Popolare. “È l’ultima prima della pausa estiva, giuro”. Sa come convincermi la segretaria di redazione. Cioè con poco.
Sono abitudinario. Faccio sempre lo stesso percorso. Fiancheggio i Navigli, lascio sulla destra il carcere di San Vittore, entro nella zona delle bellissime ville di via XX Settembre, svolto in via Monti, percorro un pezzo di Corso Sempione e poi di nuovo piego a nord-ovest verso via Mac Mahon. In tutto mezz’ora, a bassa velocità.
Ho preso appunti mentali su quest’ultima mezz’ora mattutina di viaggio lento in scooter e li voglio condividere.
Ecco cosa ho visto, in ordine di apparizione: verso la zona Darsena ragazzi e ragazze, con la classica andatura dell’after hour. Gente che ha fatto baldoria tutta la notte e sta cercando il bicchiere della staffa. Pantaloni a zampa d’elefante e canottiera lui; short - anzi shortissimi - e stivali che neanche Clint Eastwood in un film di Sergio Leone lei.
Cento metri dopo, sul lato opposto della strada un gruppetto di persone, che chiacchierano. Romeni? Polacchi? Ucraini? Si sono portati un paio di materassini da spiaggia. Non concedono nulla alla moda, non sono più ragazzi, e a occhio e croce hanno passato la notte lì, come si evince dalle bottiglie di birra svuotate. Probabilmente non erano lì per fare baldoria, ma perché non sapevano dove stare.
Proseguo.
Avete notato che a Milano non si sente più il profumo del pane che sta cuocendo o delle brioche appena sfornate? Perché ormai sono surgelati e scaldati nel fornetto del bar, oppure consegnati già pronti. Prodotti anonimi, profumi zero. In compenso a quell’ora si stanno allestendo le bancarelle del mercato di viale Papiniano: il profumo delle pesche e dei meloni mi invita a rallentare per assaporarlo. Se scali un po’ la velocità puoi scoprire che in quell’universo di cassette di frutta e camioncini ammaccati si parlano tutte le lingue del Mediterraneo.
Non avrai altro Dio all’infuori di me
Spesso mi ha fatto pensare
Genti diverse venute dall’est
Dicevan che in fondo era uguale
Il grande Fabrizio De André, che sapeva usare le parole un milione di volte meglio di me, l’avrebbe espresso così. Io, dal mio motorino in una mattina afosa di Milano non ancora sveglia, la dico così: nell’arco di 500 metri si trova l’umanità, gruppi di persone che hanno lingue, gusti, possibilità diverse. E che convivono.
Riescono a convivere per un miracolo? No, perché occupano nicchie vicine, anche se a volte non comunicanti. Perché possono avere passaporti diversi ma hanno necessità vitali comuni. Perché non hanno nessun motivo per farsi la guerra. Perché la città è un luogo di entropia.
I ragazzi che ciondolano mezzi ubriachi, i signori dell’Est europeo che si godono il fresco, i commercianti magrebini che sgobbano nei banchi della verdura stanno lì, in un fazzoletto di terra. Vivono. Compongono la città. Considerare gli uni più utili o più disturbanti è solo un giudizio politico, senza alcuna prova scientifica.
Che utilità hanno i due ragazzi dell’after hour? Dipende. Ai gestori dei locali che li hanno appena mandati a casa sono stati molto utili.
E i signori dell’Est che campeggiavano sulla Darsena? Dipende. A giudicare dalle bottiglie di birra consumate direi che sono stati utili a qualche supermarket della zona.
E gli ambulanti arabi che compongono il loro bancone con la stessa grazie di un quadro dell’Arcimboldo? Dal punto di vista economico sono i più utili di tutti.
Ma l’utilità è l’unico criterio per soppesare una persona? No, però spinge a qualche ragionamento.
Nel 2023 - dati Idos - l’11% delle imprese era stato avviato da un imprenditore nato all’estero. Il dato interessante è che a fianco delle classiche imprese individuali, in 10 anni sono cresciute del 160% le società di capitale aperte da “stranieri”. In Lombardia nel 2025 - dati Unioncamere - le imprese dove almeno il 50% di soci è nato fuori dall’Italia sfiora il 5%, ed è l’unico settore cresciuto rispetto all’anno prima, più 0,8%.
Gli immigrati regolarizzati sono circa il 10% della popolazione e, tornando alla nostra afosa mattina milanese, i banconisti magrebini come quelli di viale Papiniano pagano circa il 6% dell’Irpef. Quindi non è vero che la migrazione aiuta i conti italiani? Al contrario: se non ci fossero i lavoratori stranieri con contratto regolare sarebbe molto ma molto peggio, e il fatto che il 10% della popolazione versi solo il 6% dell’Irpef, oltre ad essere un’equazione stupida ha anche una spiegazione logica: lavorano da meno tempo, sono in regola da meno tempo, occupano posizioni lavorative medio-basse.
Questo fermo immagine di un’alba milanese e dei suoi abitanti è un quadro è in equilibrio. Certo, in quella foto non sono inquadrati il lavoro in nero, lo sfruttamento, la microcriminalità. Che sono fenomeni reali e non serve a niente nasconderli. Ma in questa torrida mattina, in quel pezzo di città non ho visto la jungla, ho visto convivenza. Che non è utile - uso ancora una volta questo termine - distruggere, al contrario andrebbe rafforzata.
Genova per noi
Nei giorni del 25° anniversario del G8 maledetto molti vogliono dire la loro su quello che è successo. Lo faremo anche noi, per esempio stasera, venerdì 17 luglio alla Libreria Spazio Culturale di Vicinato NOI di via delle Leghe, a Milano.
Ma bisogna anche dire che molto abbiamo già fatto per ricordare quel maledetto G8. In piena pandemia, ad esempio, noi di Fondazione Diritti Umani abbiamo organizzato un progetto multimediale intitolato “Semi di Genova”. Abbiamo dimostrato che la quasi totalità delle analisi e delle soluzioni del movimento altro-mondialista erano quelle giuste. E per questo sono state cancellate nell’unico modo possibile: con la violenza. Qui trovate una selezione del nostro lavoro di allora.
E qui trovate un editoriale molto azzeccato di Angelo Miotto, che allora era a Genova con me.
Insomma avete mille possibilità di riflettere su Genova ieri e oggi.





